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All’imbrunire di una giornata di fine estate, don Angelo Patuelli e Inigo passeggiavano nella “villa”, su e giù, percorrendo ripetutamente quel tratto che dal cancello va sino alla chiesa di Sant’Antonio, così proprio come è costume dei bovinesi, ammaliati dalla frescura dei castani selvatici; dalla loro intesa però si capiva che i due non dovevano solo scambiare qualche chiacchiere o combinare per un matrimonio o un funerale, davano infatti poca retta a coloro che li salutavano e quando qualcuno faceva cenno di avvicinarli per intrattenersi con loro, il prelato li rimandava con un gesto della mano garbato, ma deciso.

La villa comunale è un piccolo parco che generalmente viene chiamato “la Villa”, è una via di mezzo fra un giardino pubblico, una piazza ed un viale. Si colloca su due livelli, più ideologici che fisici; il primo è quella parte asfaltata che si allunga dalla fine di C.so Emanuele e corre per meno di cinquecento metri all’interno del parco in maniera pianeggiante fino al chiesa di Sant’Antonio. Un’aiuola intorno ad una vasca rotonda in cui si annoiano alcuni peci rossi segna per qualche mistero il confine fra il sacro della chiesa ed il profano del viale. Di fatto i cittadini nel loro passeggiare automatico non superano mai quel confine. Il viale è però anche una piazza perché è qui che la gente ha appuntamento per incontrarsi e parlare, per trascorrere il tempo dell’ozio o per discutere gli affari. Ai lati del viale due filari di secolari castani selvatici assicurano la frescura e in qualche modo rendono quel posto più intimo, come più intimo è passeggiare in città sotto i portici piuttosto che lungo una qualsiasi altra strada. Le panchine infine, disseminate un po’ da per tutto nella Villa assicurano ad ognuno, giovane o vecchio un punto di riposo che pure ogni tanto occorre. Il secondo livello è quella parte che dirada dolcemente verso “il Campo” attraverso aiuole, siepi e cespugli di biancospino. In questa parte si va più per trovare un po’ di solitudine o per portarci i bambini o, se è sera, ci si può appartare con la fidanzata. Il cuore del parco è il “baraccone”, una sorta di loggiato di pietra rosa che sovrasta la grande vasca di roccia rettangolare che ospita grossi pesci rossi e rossi maculati di giallo che hanno la tana proprio sotto la pietra centrale dalla quale fuoriesce un potente zampillo d’acqua.Un tempo la Villa era tenuta con gran cura e vi era addetto un bravissimo giardiniere che la sera, ad una certa ora, aveva anche il compito di chiuderla dietro la cancellata, come per metterla a riposo dopo la fatica provata per tutto il giorno a sentire il vocio ed il calpestio di mille persone. Anche i castani ricurvavano un po’ le foglie calandosi nel sonno della note. Poi i cancelli furono rimossi, il giardiniere partì per la Germania lo zampillo della fontana si spense ed i pesci rossi morirono. 

Al tempo che raccontiamo la Villa era nel pieno del suo splendore.

Alto e dalla corporatura robusta, don Angelo aveva un’andatura spedita, ma i suoi gesti erano pacati e sicuri; gli occhi celesti nel viso pallido avvolto dall’abito talare e dal basco nero gli davano un aspetto sinistro che egli riusciva a celare abilmente dietro un malizioso sorriso di cui spesso faceva uso.I due erano amici da vecchia data, fin dai tempi delle elementari, fin dai tempi dei “balilla” e di malefatte insieme ne avevano combinate parecchie, poi per Angelo la strada del Seminario.

Al passaggio dell’assessore, del medico o del farmacista, il prete faceva cenno di levarsi il basco e sfoderava il suo smagliante sorriso, ma i suoi occhi rimanevano come fissi nel vuoto e il suo discorso non conosceva distrazioni di sorta.Molto attento alle parole di Inigo ed alle sue proposte ed altrettanto certo dei propri pensieri si fermò d’improvviso interrompendo quella camminata da automi e guardandolo fisso in viso disse: “Va bene Inigo, avrai ciò che vuoi, l’incasso lo dividiamo a metà”, poi fece una piccola pausa e riprese: “Ma il circolo è cosa mia!”

La Via del Seminario era senza abitazioni perché su di essa si affacciava da una parte l’ala destra di un solo grande edificio, il palazzo vescovile e dall’altra l’ala sinistra della “chiesa madre”. A metà scalinata però, un po’ prima dell’arco che dal Seminario porta al castello ducale, proprio in quell’ala del palazzo vescovile, a piano terra era stato aperto il circolo.Inigo ne era il gestore e don Angelo Patuelli il presidente, altri i consiglieri, ma il prete aveva più l’idea di farne un bacino elettorale che averne un ricavo economico.

Il locale si presentava ampio e luminoso si apriva su un gran salone, poi un paio di stanze a destra, un altro salone in fondo con una finestra che dava proprio sul giardino del vescovo e poi ancora una piccola stanza con una scala in pietra che portava ad un’ultima stanza del piano superiore. Era però troppo grande, troppo vuoto, come è vuoto e angosciante una sala da ballo alle dieci del mattino, così Inigo teneva chiuse tutte le stanze ad eccezione del salone d’ingresso.La prima sera fecero visita quattro vecchi di Chiesa, presero posto ad uno dei quattro tavolini di legno posti nei pressi della porta e con un mazzo di carte napoletane appena sfoderate, giocarono pigramente un paio di partite a scopa. Si fecero infine servire una sola birra che consumarono in quattro.Il rituale si ripeté per alcune sere, ma intanto Inigo e don Angelo avevano fatto propaganda e quest’ultimo aveva fatto una certa pressione sui i bovinesi, senza distinzione fra giovani e vecchi perché qualora si fosse presentata la necessità di raccogliere il voto tutti avrebbero potuto e dovuto portare “l’olio a San Gregorio”. Così nel giro di poco tempo i frequentatori si fecero più numerosi. Inigo capì allora che quel posto che ora prendeva una sua fisionomia più precisa poteva divenire l’obiettivo della sua vita.

Don Angelo aveva la conferma della potenziale forza di quel posto come strumento politico elettorale. Comperarono otto tavoli e quaranta sedie, occupando così metà salone, allestirono al fondo di questo un bancone da bar attrezzato di tutto punto. I clienti sempre più numerosi ed abitudinari erano contenti della conduzione del locale, giocavano la scopa, bevevano qualche birra. La moglie di Inigo, con l’aiuto di comare Maddalena, preparava i “torcinielli”, una sorta di involtini di budella di maiale ripieni delle loro stesse animelle e non so cos’altro dello stesso genere, cotti al forno. Dei “torcinielli” i bovinesi andavano veramente pazzi al punto di accontentarsi anche di mangiare un panino condito solamente con il loro sugo quando questi erano stati tutti venduti. Credo che negli anni a venire si siano consumati più panini con “torcinielli” in quel locale che in tutta Bovino. La cordialità di Inigo, l’impegno di sua moglie, il gioco delle carte e i “torcinielli” catturarono gran parte del pubblico maschile adulto. I tavoli da gioco divennero ventidue e tutte le sere erano occupati; la domenica l’affluenza aumentò al punto che quelli più giovani si accontentavano di sedersi sulle casse di birre vuote e usavano per tavolo da gioco un’altra di queste, pur di trascorrere una serata in allegria. A volte i padri si portavano dietro i figli, anche quelli di sei o sette anni che, si sa, sono la cosa più noiosa intorno ad un tavolo da gioco perché non hanno la capacità di partecipare, ma ad ogni istante domandano di poterlo fare. Prima dell’inizio dell’autunno del 1960 al circolo arrivò la televisione. Nel secondo salone furono sistemate 20 file di sedie recuperate dal cinematografo e sopra un ripiano dov’era collocato un tavolo fu appoggiato il televisore in bianco e nero da ventiquattro pollici.I bambini ed i ragazzi furono così presi dall’evento più attraente e più affascinante di quegli anni.

L’affluenza ora cominciava già nel tardo pomeriggio un po’ prima della TV dei ragazzi, dopo cena prendevano posto i padri ai tavoli da gioco e, in particolar modo la domenica cominciarono ad arrivare anche le mamme di famiglia per assistere alla trasmissione di un “filmone” o di un dei primi varietà o di uno spettacolo a premi.Ai tavoli da gioco, alla televisione, ai “torcinielli” si aggiunsero un bigliardo e due calciobalilla.L’affluenza di clienti era moltissima tutte le sere e non si riusciva più a capire quali fossero i giorni di festa.

La sera del 28 agosto Marcuccio Pischedda, Antonio Lombarda, Peppino Fiumara e Carlo Rocchetta si avvicinarono al bancone e, come accadeva ormai da tempo, si fecero dare due mazzi di carte napoletane e, assieme a queste una chiave.I quattro anzichè prendere posto ad un tavolo da gioco posto nel salone o in una delle sale più piccole, attraversarono la sala della televisione, la percorsero in diagonale in silenzio religioso fino al fondo; Pischedda aprì la porta della stanza che portava al piano superiore, fece passare i compagni, a sua volta entrò e si chiuse a chiave all’interno.Al piano di sopra, nella piccola stanza rossa, adibita principalmente a deposito delle cassette di birra, Inigo aveva sistemato un tavolo e quattro sedie.I quattro presero a giocare il “tressette”, un tipico gioco d’azzardo.Verso le dieci Inigo infilò la chiave nella toppa senza curarsi di fare alcun segnale; i quattro si aspettavano quella visita.

La serata era tranquilla e i giocatori, veri professionisti del gioco d’azzardo, ostentavano altrettanta tranquillità; Pischedda fumava il suo sigaro dondolandosi leggermente all’indietro con la sedia; Rocchetta masticava semi secchi di melone sputandone di tanto in tanto le bucce in un angolo e il suo sguardo già truce per una malformazione dell’occhio destro che si allargava vistosamente in alto arcuando il sopracciglio, era fisso sulle carte che teneva strette fra le due mani.Fiumara, magro, quasi secco, aveva le mani lunghe e pelose così come peloso era tutto il suo corpo; lo chiamavano “animale”; gli occhi scuri e profondi divisi da un naso adunco con le nari larghe dalle quali spuntavano ciuffetti di peli neri.Lombarda, il comandante delle guardie, grosso come un bue e forte come un toro, sicuro di se e spavaldo come se anche in quella sala vestisse la divisa da lavoro, teneva le carte socchiuse nelle mani ancor più grandi di come si possa immaginare e ogni tanto beveva una birra tracannandola in un attimo, subito dopo gli si gonfiava paurosamente la trachea.

A Rocchetta cadde a terra il coltello a serramanico che teneva sempre nella tascha dei pantaloni e si apprestò immediatamente a raccoglierlo quando scorse nelle calze di Lombarda un re e un sette di denari.Fu il finimondo.Rocchetta sollevò il tavolino in aria alzandolo con le due lunghe mani fino a farlo sbattere contro il soffitto; i bicchieri ancora pieni di birra, i semi secchi di melone, le carte che erano sul tavolo e il sigaro acceso volarono in aria confondendosi come coriandoli. Lì per lì nessuno capiva perché stesse succedendo tutto quel baccano, ma quando Rocchetta cominciò ad inveire contro Lombarda chiamandolo “cornuto”, “figlio di puttana” e “mariuolo”, anche Fiumara e Pischedda capirono e presero a menar pugni e calci anche loro, ma ormai non si sapeva più chi le prendeva e chi le dava anche perché Lombarda forte della sua corporatura non aveva problemi a difendersi. Rocchetta ebbe per le mani una bottiglia di birra e la fracassò sulla testa di Lombarda incidendo il cuoio capelluto che fece sgorgare sangue a zampilli.Pischedda era stranamente divertito e nei suoi occhi era possibile leggere una certa aria di sinistra soddisfazione per quanto stava accadendo.

Dal piano di sotto giungeva la voce della televisione che trasmetteva ad alto volume un programma di canzoni napoletane.Inigo cercò il momento buono per afferrare alle spalle il più grosso ed il più pericoloso Lombarda affinché gli altri potessero sganciarsi dalle sue grosse zampe e mettersi in fuga piombando dalla finestra direttamente nel giardino del vescovo.Il mattino seguente di buon’ora i quattro si recarono a casa di Inigo per scusarsi dell’accaduto e per ripagarlo dei danni subiti. In fondo erano sempre stati buoni amici e non potevano certo interrompere così quell’amicizia che avrebbe significato anche rinunciare ad un piacevole vizio.

La sala del gioco d’azzardo era riservata solo a pochi intimi e a don Angelo non importava, ma non ne era contento, non tanto per buona morale quanto per non avere problemi col vescovo, lasciava però a Inigo tutta l’autonomia che voleva, certo delle sue capacità organizzative e di aggregazione perché a lui occorreva proprio avere gente, molta gente da chiamare all’appello al momento delle votazioni politiche.La mattina del trenta agosto la festa patronale era ormai agli sgoccioli, ma don Angelo aveva in serbo una gran sorpresa; l’Onorevole Russo, esponente della Democrazia Cristiana locale, avrebbe fatto visita ai fedeli. La sala della televisione fu addobbata con delle strisce di carta colorata e con delle bandiere tricolori. Ai muri furono attaccate stampe dello scudo crociato su cui campeggiava la scritta LIBERTAS e proprio davanti al televisore fu messa una gigantografia dell’Onorevole Russo. Alle 20 la sala era gremita di gente, seduti, in piedi, maschi, femmine, bambini, vecchi, tutti in attesa del “messia”. Dopo un po' però fu peggio che ad un matrimonio, le donne spettegolavano, gli uomini si scocciavano e i ragazzi combinavano quante più marachelle fosse possibile, fino a che l’altoparlante fu acceso ed un sibilo fastidioso uscì dalle trombe grigie appese alle colonne della sala.“Fratelli” prese a dire Don Angelo, come se dovesse iniziare un sermone da messa.Tutti fecero silenzio.“Sono veramente felice di vedervi così affettuosamente e sinceramente vicini alla Chiesa nei  momenti di maggiore bisogno; è qui con noi...” e fece un cenno di cordiale richiamo ad un elegantissimo signore in gessato grigio che sedeva accanto a lui; questi si alzò e salutò il popolo, con uno largo sorriso accompagnato da un gesto della mano come a salutare qualcuno che parte.

“E’ qui con noi l’Onorevole Russo”

La gente prese ad applaudire senza sapere neppure perché. Una vecchia chiese ad un’altra: “Ma chi è quello, il nuovo sindaco?” “si, si”, rispose l’altra.

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